L’abbigliamento la sua nascita La Moda

Quando lo Stato vestiva gli italiani: dalla pezza di tessuto all’era dei “Carrozzoni” dell’abbigliamento

​Prima dell’industria: l’epoca del tessuto e della sartoria

​Prima dell’avvento della grande produzione di massa, la moda e il modo stesso di vestire rispondevano a logiche radicalmente diverse da quelle attuali. Non esistevano i grandi centri commerciali o le collezioni già pronte appese alle grucce in tutte le taglie. L’abito nasceva dal tessuto grezzo: ci si recava in merceria o dal tessitore, si acquistava la “pezza” o il taglio — che fosse lana, cotone o il pregiato lino — e ci si affidava alle mani esperte del sarto o della sarta di fiducia. Nelle famiglie meno abbienti, il confezionamento avveniva direttamente tra le mura domestiche. L’abito era un investimento unico, pensato per durare negli anni, essere riadattato, allungato, ricucito e spesso tramandato da una generazione all’altra.

​Il miracolo economico e la nascita della confezione in serie

​Con gli anni ’50 e ’60 e l’esplosione dell’industrializzazione, l’Italia assiste alla nascita delle prime grandi manifatture tessili e dei grandi fabbricanti di confezioni industriali. L’abito si democratizza: nascono le taglie standardizzate, i primi grandi magazzini e i prodotti pronti per essere indossati. Interi territori si trasformano in distretti specializzati della tessitura, del filato, delle confezioni e della lavorazione delle pelli.

​L’era dello Stato imprenditore: GEPI, ENI e la totale maestria dei tessuti

​Negli anni ’70, di fronte alle prime ripercussioni economiche post-boom, ai rincari delle materie prime e ai duri conflitti sindacali, molte aziende manifatturiere private entrarono in profonda crisi. Per scongiurare il crollo dell’occupazione e i licenziamenti di massa, lo Stato italiano decise di scendere direttamente in campo nella manifattura dell’abbigliamento e nella lavorazione tessile.

​Si creò così un paradosso industriale unico al mondo, guidato da due enormi pilastri pubblici. Da un lato la GEPI (Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali), nata nel 1971 come finanziaria di salvataggio dello Stato, che rilevò e mantenne in vita decine di fabbriche di confezioni, maglifici, tessiture e linifici sull’orlo del fallimento per garantire lo stipendio alle maestranze e non far spegnere i telai. Dall’altro l’ENI, il colosso energetico di Stato nato per il petrolio e il gas, che finì per gestire direttamente la produzione tessile e sartoriale degli italiani. Attraverso l’acquisizione del gruppo Lanerossi e di storici fabbricanti di confezioni come la Lebole, l’ENI si trovò a dirigere un impero della moda maschile e femminile.

​In quegli stabilimenti statali si lavorava letteralmente qualsiasi tipo di fibra e lavorazione tessile. Dal lino puro e fresco alle lane pettinate e cardate, dai cotoni strutturati fino ai tessuti più complessi dedicati al drappeggio per abiti e capispalla. L’obiettivo pubblico era controllare la filiera a 360 gradi, dalla trasformazione della materia prima al capo finito in serie. Mantenere in vita queste enormi cattedrali industriali richiedeva tuttavia ingenti capitali e sussidi continui. Con il passare degli anni, le rigidità gestionali, le lentezze burocratiche e le logiche assistenziali valsero a queste strutture l’appellativo di famosi “carrozzoni statali”: realtà nate con intenti sociali nobili, ma drammaticamente incapaci di stare al passo con la velocità, la flessibilità e le nuove tendenze del mercato.

​L’eredità manifatturiera e la nascita del Made in Italy

​Nonostante i grossi limiti gestionali della parentesi pubblica, quel modello lasciò un’eredità tecnica e produttiva indiscutibile: nei complessi della GEPI e dell’ENI si formarono migliaia di maestranze specializzate, tessitori, sarti industriali, modellisti ed esperti nella conoscenza profonda delle stoffe. Fu proprio su questa capillare capacità manifatturiera che, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, si innestò il genio della creatività italiana, ponendo le basi per l’affermazione globale e l’inizio del mito del Made in Italy nel mondo.

Di RCvideo

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