L’avanguardia del prêt-à-porter, il polo delle arti e la forza della reputazione

​Accanto alla grande intuizione di ciò che avrebbe poi rivoluzionato il mercato sotto il nome di outlet, Scanzir Mode era mossa da un’anima profondamente dinamica, culturale e d’avanguardia: non eravamo semplicemente un punto di riferimento per le opportunità d’acquisto, ma una vera e propria vetrina anticipatrice dello stile, della bellezza e del costume.

​Mentre il settore commerciale tradizionale si muoveva con i ritmi lenti e prevedibili delle stagioni, la nostra struttura era già organizzata, preparata e pronta con mesi d’anticipo rispetto a quanto sarebbe poi apparso nei negozi di tutto il territorio nazionale. Già ad agosto, quando l’estate era ancora nel suo pieno e il mercato pensava unicamente a smaltire i saldi, nei nostri spazi la stagione invernale entrante era già una realtà concreta. Chi cercava il capo nuovo, chi desiderava scoprire in anteprima quali sarebbero stati gli andamenti, i tagli e i codici stilistici della moda a venire, da noi trovava le novità di prêt-à-porter prima che altrove.

​Ma limitare questa narrazione alla sola dimensione tessile sarebbe riduttivo. Scanzir Mode non è mai stata un semplice contenitore di abbigliamento: era un vero e proprio polo espositivo e culturale in continua evoluzione. Negli stessi spazi in cui dialogavano le prime uscite della moda, avevamo creato un connubio indissolubile con l’arte e l’alto artigianato. Accanto alle collezioni sartoriali trovarono spazio dipinti, opere d’arte, oggetti d’antiquariato e pezzi unici della tradizione artigianale italiana. Abbiamo trasformato l’atto del comprare in un’esperienza estetica a trecentosessanta gradi, dove la pittura, la scultura e la maestria manuale si fondevano con la ricerca stilistica. Chi varcava la nostra soglia non cercava solo un abito, ma si immergeva in un itinerario di gusto e cultura, dove l’evoluzione artistica procedeva di pari passo con l’innovazione commerciale.

​C’è tuttavia un elemento fondamentale senza il quale questo immenso ingranaggio non avrebbe mai potuto avviarsi, né tantomeno girare a pieni regimi: la qualità dei nostri interlocutori e la natura profonda dei rapporti con i nostri partner commerciali. Se abbiamo potuto edificare un modello di business di questa portata, muovendo volumi straordinari sia nel prêt-à-porter di novità sia nell’opportunità delle grandi giacenze e delle opere d’arte, è stato grazie alla fiducia incondizionata che i vertici dell’industria manifatturiera e tessile nazionale hanno riposto nella mia persona.

​I giganti della moda italiana — gruppi storici e colossi industriali del calibro del Gruppo Marzotto, del Gruppo La Perla e del Gruppo Inghirami, realtà che hanno scritto la storia del Made in Italy e che gestivano i più grandi brand del Paese — non affidavano i propri prodotti, la propria immagine e le proprie collezioni al primo venuto. Lo facevano solo con chi dimostrava di conoscere il mercato con rigore, rispetto e visione.

​La mia vera forza, prima ancora delle metrature espositive o delle strategie di marketing, è stata la reputazione. Negli anni ho costruito un capitale di credibilità basato non solo sulle competenze tecniche, ma su principi etici ferrei e non negoziabili: l’onestà, la moralità, la correttezza della parola data e una trasparenza cristallina in ogni transazione. Questi valori, percepiti e riconosciuti dai vertici di questi grandi gruppi industriali, si sono tradotti in una stima sconfinata e in budget di credito e di fiducia spaventosi. Mi venivano concesse linee di merce, contratti d’esclusiva e forniture d’anticipo di valore inestimabile semplicemente perché gli interlocutori sapevano chi avevano di fronte. Sapevano che dietro ogni accordo c’era un uomo di parola, con principi saldi, che non ha mai tradito un impegno né deluso nessuno. È stato questo patrimonio d’onorabilità a permetterci di alzare sempre di più l’asticella, trasformando una visione d’impresa in una grande storia italiana.

Di RCvideo

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