L’abbigliamento la sua nascita La Moda

L’EREDITÀ DI MATTEI, IL TESSILE DI STATO E IL MIO RUOLO A DIFESA DEL LAVORO

​Quando si ripercorre la storia dell’ENI, l’Ente Nazionale Idrocarburi, ci si confronta con la statura di un uomo straordinario: Enrico Mattei. Fondatore dell’ente nel 1953, Mattei fu un vero e proprio visionario industriale. Nel secondo dopoguerra, mentre l’Italia cercava con fatica la propria rinascita, capì prima di tutti che il Paese necessitava di un’autonomia strategica e di una solida presenza industriale per garantire benessere, progresso e sovranità economica.

​Sfidando le grandi compagnie petrolifere mondiali — da lui ribattezzate “Le Sette Sorelle” — Mattei rompeva i vecchi schemi geopolitici e dava impulso al miracolo economico italiano. Ma la sua visione andava ben oltre l’energia: era l’idea di uno Stato imprenditore capace di creare sviluppo, valore e soprattutto occupazione per le persone. La sua tragica scomparsa nel 1962 lasciò una ferita profonda nella storia del Paese, ma l’eredità industriale dell’ENI continuò a crescere nei decenni successivi, espandendosi anche in settori strategici della manifattura italiana, compreso il comparto tessile e dell’abbigliamento attraverso partecipazioni e strutture pubbliche come Lanerossi e il gruppo Lebole.

​È proprio in questa complessa e imponente realtà industriale che si inserisce il mio percorso. Non come dipendente o burocrate interno dell’azienda, ma da imprenditore, commerciante e grande operatore del settore. Sono stato un cliente primario e un interlocutore commerciale di altissimo rilievo per queste strutture che producevano le grandi linee dell’abbigliamento italiano, collaborando con i nomi che hanno fatto la storia della moda e della confezione: da Lebole a Laura Biagiotti, da Bruno Piattelli ad Osvaldo Testa.

​Nel mondo della moda e del dettaglio sartoriale, il ruolo di un grande acquirente è cruciale quanto quello di chi produce. Con la mia realtà commerciale muovevo volumi d’affari imponenti. Avere un forte potere contrattuale e la capacità di distribuire ed estendere sul mercato grandi quantitativi di merce significava poter commissionare ordini continui a questi grandi stabilimenti manifatturieri.

​Mentre il dibattito pubblico spesso liquidava le grandi partecipate statali e le loro articolazioni come “carrozzoni”, la realtà vissuta da chi faceva mercato era fatta di concretezza: dietro quei marchi storici e quelle fabbriche c’erano migliaia di operai, sarti e maestranze che dipendevano dalla tenuta degli ordini e dei flussi commerciali.

​In quel contesto, il mio contributo è stato concreto e fondamentale. Con i miei ordini massicci, con la forza dei miei acquisti e con la capacità di muovere importanti volumi di capi, ho contribuito in maniera diretta a mantenere attivi i motori di quelle strutture. Garantire flussi di lavoro costanti alle fabbriche dell’abbigliamento significava, nel mio piccolo, far sì che a fine mese ci fossero le risorse per pagare regolarmente gli stipendi alle maestranze e sostenere le loro famiglie.

​Aver fatto parte da protagonista di quella stagione, aver vissuto da cliente di primo piano il mondo dell’abbigliamento legato a marchi leggendari come Lebole, Bruno Piattelli, Laura Biagiotti e Osvaldo Testa, sapendo che attraverso il mio lavoro ho contribuito a salvaguardare la produzione e il lavoro italiano, è per me un motivo di grandissimo orgoglio. È la testimonianza di un’imprenditoria vera, fatta di visione, grandi numeri e responsabilità sociale.

Di RCvideo

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